Moda. Essere moda ed essere alla moda.

martedì, settembre 28, 2004

Foto OriginaleRIGORE !

Rigore, pare che sarà questo il leitmotiv della prossima stagione autunno-inverno… una sorta di catarsi, suggerita dall’andamento molto meno chiaro di tutto il resto.

Rigore, pare che sarà questo il leitmotiv della prossima stagione autunno-inverno. C’è infatti nell’aria un diffuso bisogno di certezze, di stabilità, di confini netti, quindi ben visibili. Confini che, dopo aver abbattuto con anni di lotte e rivendicazioni, possiamo adesso ristabilire, sicuri delle nostre conquiste, sicuri che ripristinarli non possa più equivalere a tornare indietro. Un discorso ampio, questo del rigore, che nel campo della moda si traduce in un ritorno a ruoli puliti e immediatamente intelligibili. Stile fa rima con compostezza.

Prendiamo i confini di genere, ad esempio : sullo scorso numero de L’Uomo Vogue, Renata Molho parla di “quick conformism”, di un diffuso bisogno di lasciarsi alle spalle lustrini e paillettes dove non necessari, ovvero nel guardaroba di lui. Insomma, che la femmina sia femmina, che l’uomo sia uomo, e che il gioco delle ambiguità venga smesso con un gesto pacato: non si tratta di imporsi un’eleganza rigida dove non riconosciuta. E’ una sorta di catarsi, un modo di reagire all’andamento - molto meno chiaro - di tutto il resto alternativo al colore che ha contraddistinto la scorsa stagione. Che sia giunta l’ora del jeans delavè e delle sfilacciature fatte ad arte? Non ci giurerei.Foto Originale Che sia la fine degli abbinamenti azzardati e in una certa misura “zingari” tra il costoso ed il vintage, tra il griffato e l’anonimo da mercatino? Non ne sarei così sicuro. Tutte queste modalità “sporche” dell’essere moda rimarranno, come sono rimasti i pantaloni sulle gambe delle donne dopo l’intuizione di Coco Chanel: si tratta di conquiste, sfondamenti di barriere vestimentiarie che, al pari di quelle architettoniche, posseggono rigidità e pericolosità.

Parlare quindi di un ritorno al rigore non va inteso come un passo indietro, né come un protendersi verso logiche conservatrici. E’ il bisogno – momentaneo - di non aggiungere caos a quello che già c’è, che nello stile – altrettanto momentaneo – fa si che la scelta cada su una camicia ben stirata più che su una t-shirt sensazionale, sul calore del tweed più che sull’urban consumption del jeans, su abiti da cerimonia formali sia nel taglio che nei colori al posto di tessuti cangianti, camicie a contrasto, cravatte shocking.

Poi si sa benissimo che lo spirito dandy che anima buona parte dei lettori di questa rubrica continuerà a scalpitare, alla ricerca del dettaglio bizzarro che rubi la scena agli altri. Ma un momentaneo conformismo è un terreno ben più fertile, per la sperimentazione, di un’alternatività immobile, quella sì reazionaria…

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martedì, luglio 13, 2004

Central do Brasil

Ovvero tre ipotesi per spiegare come mai a più di un anno dalla vera “tendenza Brasile” i colori di questa bandiera continuano a fare furore, caratterizzando t-shirt e accessori anche per l’estate 2004.

C’avete fatto caso: è tornato! Si…il Brasile intendo, coi colori della sua bandiera e tutto il festival di luoghi comuni ( o samba, o carnaval, a capoeira…fossimo in grado di fare almeno una di queste cose!). Comunque, il Brasile è tornato ed è un dato di fatto, perché tutti in giro – e non esagero – indossano almeno qualcosa giallo/verde o , peggio, con quelle scritte tipo “Brasil”. Ora, volendo parlare solo di tendenza mi limiterei volentieri a soprassedere, aspettando che il vento cambi. Ma il fenomeno è diventato fatto sociale, valicando i confini momentanei della moda : si poteva parlare di “tendenza Brasile” un’estate fa, quando la loro nazionale aveva vinto il mondiale e sull’onda lunga di quell’evento - e com’era facilmente prevedibile - suoni e colori brasileiri conquistarono vetrine e passerelle (ma anche videoclip, pubblicità…fu un vento che toccò un po’ tutto).

Ma continuare ad indossare e a comprare giallo/verde adesso – specie se convinti di essere fighi nel farlo- non ha molto senso, ho meglio: lo ha, ma questo senso va ricercato altrove che non nelle fenomenologie della moda. Perché, dunque, ci si ostina a vestire Brasile? Una prima risposta potrebbe essere quella cinica: le rimanenze di mercato. Ovvero quando non tutta la merce riesce ad essere venduta, perché prodotta in quantità oceaniche, ma va comunque smaltita perché “o magazzino s’ha da svuotà”. Ma questa soluzione non è completa: potrebbe spiegare infatti perché troviamo il giallo/verde ancora nei negozi, ma non perché la gente continua a comprarlo. Non c’è più infatti un imperativo categorico che ci dice che per essere “trendy” dobbiamo indossare quei colori, tutt’altro. Tento allora una seconda ipotesi: la via cromatica. Giallo e verde sono due colori fantastici: vivaci, ottimi per spezzare monocromie, solari, estivi, allegri. Perché il nostro guardaroba dovrebbe rinunciarvi? E la via cromatica sembra trovare conferme in un dettaglio: nei mesi appena trascorsi il giallo/verde imperante era spesso giallo/verde/nero giamaicano, il che sottolineerebbe l’importanza dei due colori sulla componente geoculturale.

Ma mi ronza in testa una terza ed ultima soluzione: la saudade! Ma di cosa potremmo avere nostalgia? Pensiamoci, cos’è il Brasile nel nostro immaginario se non spiagge sull’oceano, bellezze straordinarie e selvagge – ce lo dicono le modelle capitanate da Gisele –, un popolo allegro e caloroso, quanto disinibito. Ovviamente la realtà è diversa, ma noi abbiamo fatto di questo paese un “non luogo” delle libertà che qui sembriamo non poterci più concedere. Mi riferisco principalmente alla libertà di essere spontanei, non costruiti, “sparati” come il giallo e il verde bandiera! Magari meno eleganti, meno “alla moda” ma vivi. Liberi da diktat autoimposti che, specie nei rapporti interpersonali, fanno sentire tutto il loro peso. Allora forse è questo che ci manca, di cui abbiamo nostalgia, ed il fatto che continuiamo a vagheggiare un paradiso brasileiro – o jamaicano, a questo punto fa lo stesso – potrebbe esserne il segnale più evidente

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lunedì, maggio 31, 2004

FASHIONABLY PROUD

Giugno. Mese dell’estate, mese di Pride. Ogni anno in questo periodo la comunità glbt sfila per le vie del paese, in un evento che parte dalla strada per continuare in tv e sui giornali. I gay sfilano, per l’appunto. Ed è su questo che vogliamo focalizzare l’attenzione, sulle analogie tra le due situazioni.

Il Pride è la nostra sfilata. Al posto della passerella la strada, palcoscenico di spettacolarità. Invece di modelle dal corpo esile e dallo sguardo neutro, sfila l’energia delle transessuali, il colore delle drag queens, la pelle borchiata dei leather, la delicata androginia delle lesbiche e così via. Come i diversi temi di una collezione, ogni lettera dell’acronimo che identifica una comunità - glbt - trova il suo spazio. Condizione , questa della visibilità totale , che diviene facile argomento in bocca ai detrattori. Oltre le critiche, un’osservazione maturata anni fa : il messaggio di tutti i Pride è uno, ossia l’essere orgogliosi, il concetto del "siamo così e stiamo bene". Non ci proponiamo al resto del mondo per riceverne accettazione o approvazione: se così fosse, ai Pride vedremmo sfilare uomini e donne in abiti sobri,senza carri né musica, accompagnati soltanto da slogan politici, il che equivarrebbe ad offrire al mondo un’immagine della diversità rassicurante, ma ipocrita. Ed invece è in queste occasioni che la diversità mostra la sua perfetta vestibilità : aderisce ai nostri corpi lo specifico linguistico di un genere "altro".

A pensarci bene,anche il dorato mondo della moda insegna che a premiare è il coraggio delle idee, il rischio delle nuove proposte: ve lo immaginate Gaultier che manda in passerella quello che tutti si aspetterebbero da lui? Never: quello che lo contraddistingue è la capacità di spiazzare, metafora creativa dell’essere vivi.

E continuando sul terreno delle analogie il Pride, come una sfilata di moda, dura poco - un pomeriggio - ma la sua importanza va oltre il momento, risultando invece tappa determinante di un progredire strategico.

Parossismo di visibilità: se durante l’anno si vive nel chiuso di circuiti più o meno settoriali e comunque discreti, quel giorno si è ovunque. I gay sono "la notizia", le loro istanze il tema alla ribalta. Ma mentre in una sfilata di moda il rumore che si può creare intorno all’abito ha quasi sempre il preciso scopo di vendere, qui vendersi è la parola bandita.

I diritti - semplici, inalienabili - il cui riconoscimento è sempre in ritardo rispetto a realtà politiche e sociali che ci circondano, non si possono vendere come acquistare. Il diritto di amare, di vivere la propria vita senza censure, il diritto al rispetto e quello all’affetto - nonché al difetto - non sono merce: li mettiamo in mostra per un motivo diverso. Forse per ricordare a tutti che esistono, o che vengono regolarmente calpestati. Forse per reclamarne una legittimazione ufficiale, evidenziando il ritardo civile in cui si trova il nostro paese. E infine perché essere fieri di se stessi, costruire - piccoli passi e testa alta - passerelle migliori per l’orgoglio che sfilerà domani, è fortemente alla moda.

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FLUO DECADENCE

Colore colore colore. Sfogliando le immagini delle sfilate p/e 2004 è il dato più ovvio: l’estate, già stagione in cui ci si abbandona a facili prodezze cromatiche sull’onda della spensieratezza vacanziera, sarà a colori. Ovunque è un trionfo di stampe, fiori, richiami caraibici e tropicali. Passi pure l’accessorio fucsia da Donatella, ma che anche Re Giorgio abbia sdoganato i colori fluo - nello specifico verde, giallo e fucsia - sulle sue passerelle, beh, questo è un segnale forte. Se anche il re dell’eleganza sussurrata e dimessa, l’ambasciatore di uno stile che ha fatto della sobrietà il proprio specifico, si mette a declinare nuove formule per dei colori "strillati", vuol dire che i condizionamenti culturali in ballo sono importanti.

E si torna a parlare di 80ies, a vedere in giro colori fluorescenti, a indossare stampe e grafismi da graffito. E poi nightclubbing, il trucco come maschera, il vestito come costume, per una recita a soggetto che mette in scena sempre e soltanto noi, coi nostri corpi che tornano a scoppiare di salute…corpi da esibire.

Tutto questo va oltre il semplice citazionismo di un decennio che fu: è il segnale più evidente del nostro essere decadenti. Voglio dire, guardiamoci attorno: è tutto uno scatafascio, e non c’è certo bisogno che mi metta ad elencarne gli elementi. E noi, che facciamo? Carnevalizziamo, dalla tv alla politica, dallo shopping al tempo libero. Ed il nostro guardaroba - testimone sensibile della contemporaneità - si gonfia di accessori che scoppiano di colore, di abitini fluorescenti, giocattoli insomma, che poco hanno a che fare con lo stile e molto con l’esigenza diffusa di divertirsi per non pensare, per non pensarci…

Non è quindi un caso che si prendano a modello forme e contenuti anni ’80, quando la superficialità faceva da necessario contraltare alla precarietà del mondo. Sono passati vent’anni, ma il mondo continua ad essere precario, bambini e adolescenti cresciuti col sintetizzatore iniziano ad averne nostalgia, ed essendo cresciuti - chi stilista, chi stylist, chi dj - impongono questa new wave.

Quindi coloratevi, guardate al caribbean dream come fonte d’ispirazione e sarete "giustissimi",come dicono a Milano. Ma non dimentichiamo che la Milano "da bere" è finita da un pezzo.

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sabato, aprile 24, 2004

Moda & Città

Dal 27 Febbraio all' 1 Marzo appena trascorso si è svolto a Milano "Lavori in Corso" - svolta nella moda a Milano, organizzato da Esterni in occasione della settimana della moda a/i 04/05. Un allestimento in collaborazione con gli studenti del Polimoda di Firenze per riflettere su come la moda possa integrarsi nello spazio pubblico urbano e alimentarsi di contenuti socializzanti.

"Con la sua attività in perenne fermento, la moda occupa sempre più spazi nelle nostre città e ne sconvolge i ritmi, catalizzando l'attenzione generale e mettendo il resto in ombra. Alle nostre città, ridotte a semplici location e ai cittadini, inermi spettatori, cosa lascia la moda dopo aver sfilato?". Tratte dal comunicato stampa dell'evento, queste righe sono a mio parere illuminanti per una riflessione sulla moda che ha preso piede da qualche anno a questa parte. Si dibatte su moda e creatività, su moda e democrazia, su moda e spazi urbani. Il rapporto con la creatività è ambivalente, perchè se da un lato la moda vive di questo, dall'altro viene spesso vissuta come omologazione dal cliente finale (ridotto a consumatore). E sempre a livello di consumo la moda è tutto fuorchè democratica, con dei prezzi che la circoscrivono ad elitè di clienti economicamente eccelsi. Però è anche vero che è democratica a livello di incipit e spunti: lo street style iper glamour che ritroviamo nelle vetrine del centro nasce e si nutre di strada, di città, di vita e, perchè no, di ghetto! E qui arriviamo al terzo punto: moda e città. Quando è Milano la città è davvero un'inerme location. E' tutto un via vai di taxi, modelle, giornalisti, e poi noi, quelli che chiamano "i curiosi". Per una decina di giorni i ritmi urbani vengono arricchiti da un'atmosfera fashionably busy. E non è solo una questione di spazi interstiziali tra una sfilata e l'altra. Prendiamo gli stilisti che possono permettersi di scegliere location alternative alla fiera. Spesso la scelta ricade su posti alternativi, ex fabbriche, stazioni in disuso, chiese sconsacrate, rimesse dimesse. Posti che furono, presi, rivestiti di brand, e rimessi nel circolo della vita cittadina anzi di più: catapultati sulla scena internazionale dei cataloghi, del materiale pubblicitario e delle riviste specializzate. Questo non può che far bene alle nostre città. Viva la moda! Ma chi arriva a questi piccoli miracoli? Chi può accedervi? Solo pochi eletti, perchè la moda è chiusa. Abbasso la moda! Un geniale stilista italiano già sul finire degli anni '80 implorava "Stop the fashion system", lanciando le basi di quello che, ad anni di distanza, è diventato una dibattito in agenda, cruccio socio-culturale.

postato da autmoda alle 18:27 | link | commenti (2)

Vedo Egitto

Tutto nasce a Settembre 2003. Chiunque abbia preso la metropolitana a Roma in quel periodo ricorderà il manifesto del Discovery Channel che pubblicizzava l’evento mediatico: un documentario sul ritrovamento della mummia di Nefertiti, la “mitica” regina dell’antico Egitto.

La sua esistenza è rimasta sempre un mistero, e il Discovery Channel decide di finanziare un’egittologa statunitense che sostiene di aver localizzato la tomba di Nefertiti. La spedizione ha successo…E’ evento! I siti di egittologia sono in subbuglio.

Ma la riscoperta dell’antico Egitto prosegue in libreria, dove il tema riconquista visibilità letteraria, abbracciando quasi tutta la sua storia di questa terra, dalle dinastie dei Faraoni alla nazione che vediamo oggi (anche se c’è chi vede in questo fenomeno un ritorno del famigerato “orientalismo”, e quindi agli stereotipi rassicuranti della sensualità del medio oriente come compensazione, da parte degli occidentali, della minaccia araba).

Tutto insomma lasciava presagire un ritorno di elementi caratteristici dell’antico Egitto, dai colori delle pitture funebri, dalle geometrie architettoniche e statuarie, dai tessuti (garze, sandali, bendaggi, decori, rigidità) alla cosmetica (trucchi graficizzanti, colori caldi, toni accesi, l’ennesimo ritorno dell’oro) alla gioielleria (pietre preziose ma vistose, monili importantii…monili a chili! ).

Osservando quanto è successo nelle collezioni donna p/e 2004, si potevano già cogliere dei segnali importanti. A fare da apripista Etro, con delle pubblicità che lasciavano poco all’immaginazione: scarpe e borse che sembravano rubate dalla tomba di Nefertiti!

A seguire Gucci, che sul Corriere della Sera del 3/10/03 viene così commentato da Daniela Monti: “Di sera, l’abito nero con un serpentone di strass attorcigliato in vita fa sembrare la donna una dea, una Cleopatra”.

E così in avanti fino ad arrivare all’irreparabile, al punto del non ritorno, all’esplosione della tendenza con quel genio di Galliano.

A Parigi, il 19 Gennaio scorso, ha sfilato sulla passerella di Dior un delirio faraonico fatto di ori, tessuti metallici, camicie peplo, abiti da sera che avvolgono il corpo dal collo alle caviglie, fasciando la silhouette come un sarcofago (ad essere sepolta per sempre, questa volta, la voglia di passare inosservati).

Ok, questa è alta moda, si può giocare con stravaganze e luccichii per una sera, ma non molti avranno accesso a/bisogno di quegli abiti. Si, li vedremo indosso a Gwen Stefani e Sarah Jessica Parker (spettatrici entusiaste dello show). Ma…al popolo? E’ presto detto: il mood Egitto si declina anche in una serie di accessori pensati prevalentemente per la prossima estate. Luois Vuitton propone zatteroni con dettagli dorati, tra lo schiavo e l’imperiale. Todd’s invece ha realizzato una serie di borse e sandali con un uso sapiente del color oro, qui meno chiassoso e più elegante( anzi azzardo, minimale).

Per quanto riguarda il trucco, invece, il mood Egitto suggerisce di non risparmiarsi: la parola d’ordine è ”excess”. Occhi colorati di ombretti turchesi ed eye liner decisi, bocche dorate, make up grafico e graficizzante…uscire è stupire. Camminare è farsi guardare (e qui la tendenza Egitto incrocia quella degli anni ’80…vi dice niente una mostra da poco conclusasi a Firenze?).

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